lunedì 22 dicembre 2008

I hung my head - Johnny Cash

Sottotitolo: Complimenti per la trasmissione

Alla fiera delle banalità, e delle frasi di circostanza, complimenti non dovuti e scuse non sentite sono merce comune. Anche i falsi ringraziamenti non scarseggiano, ma di quelli si apprezza almeno il gesto. Avrei potuto esordire con: “Scusate la prolungata assenza, ho avuto molto da fare”. Balle.
Non sono stato nemmeno vagamente vicino dall’essere troppo impegnato.
Non ho ben capito se delle scuse siano dovute, poiché questo blog è del tutto personale, tuttavia avverto una sorta di riconoscenza, mista a responsabilità, verso chi lo legge con interesse.
Non sto cercando di togliermi dall’imbarazzo scimmiottando spocchiosamente la verità, ne di fare la parte del duro.
Se scrivo, è perché vorrei essere sicuro che a tutti arrivi ciò che ho da dire: niente.
Proprio così, questa volta è il mio silenzio che vorrei farvi leggere.

Il silenzio è il regno di nessuno, dubbi strani si possono far strada.
Mi sono chiesto se fosse politicamente corretto chiedere ad un barbiere di colore e dell’Alabama di rasarmi la testa. Credo di si, ma a scanso di equivoci, lascio sempre una mancia adeguata.
Altre volte invece ho trovato le risposte ancora prima delle domande. Sapreste ad esempio dirmi quanto pesa la vostra libertà? Io si. La mia pesa circa cinque chilogrammi, ma posso essere più preciso se serve.
E’ il peso dello zaino dal quale non posso dividermi. Zaino che contiene le uniche cose di valore di cui potrei essere derubato, e che non lascio a casa perché la porta d’ingresso potrebbe essere aperta a bestemmie, tanto è solida…
Questo zaino, qui ed oggi, è l’unica cosa che mi limita. Tutto il resto, può anche non essere ascoltato.
Il silenzio, di cui ho il privilegio di godere, zittisce il giudizio su quanto mi accade, e lascia spazio alla semplice meraviglia di come alla fine, i conti, tornino sempre.

Buone Feste brava Gente.

Orso



domenica 2 novembre 2008

In the morning - The Coral

Sottotitolo: Domenica mattina, ore 09:10


Il caffè non è ancora "venuto su", e stai pensando di tornare sotto le coperte.
Assonnato, prendi i cereali dalla credenza, e ti incanti a guardare la foto di Michael Phelps sulla scatola. Interessante, se spedisci il coupon puoi ricevere il suo poster.

Faccia stravolta, boxer, canottiera e spazzolino in mano. Così si presenta in cucina il tuo coinquilino indiano. Ti passa di fianco sulla via per il bagno.
Si ferma, fissa Phelps, fissa te, poi serio, ti dice:

"puoi diventare come lui".

Poi se ne va.


Ti voglio bene Vibhav.


venerdì 24 ottobre 2008

Top 5 - Pezzi per camminare sotto la pioggia

5. Riders on the storm - The Doors
4.
Walk on the walk side - Lou Reed
3. Six blade knife - Dire Straits
2.
I'm on fire - Bruce Springsteen
1. Us and them - Pink Floyd

venerdì 17 ottobre 2008

Good Times Bad Times - Led Zeppelin

Sottotitolo: It's 106 miles to Chicago....

Siete mai stati a letto con un vostro professore? Io si, a Chicago.
Forse però, è il caso di riavvolgere il nastro.

Appuntamento per domenica 5 ottobre, ore 18.30, uscita terminale nord dell'aeroporto Hartsfield-Jackson di Atlanta. Arrivano Leonardo, Alessandro e Gianpaolo, tutti ricercatori di Bologna.
Con Leonardo ed Alessandro ci ho fatto la tesi, 8 mesi fa.

Sono venuti in U.S. per una conferenza che si svolgerà a Chicago, alla quale parteciperò anche io. Si sono allungati ad Atlanta per parlare con Melkote, il mio capo alla Georgia Tech, da qui l’idea di noleggiare una macchina e guidare fino a Chicago. Niente male.
Stanchi dal viaggio e frastornati da fuso, la serata si conclude velocemente dopo cena. La mattina dopo, finito il meeting di lavoro, pranzo, scorta di sigari haitiani, e via in macchina verso l’Illinois.

L'idea di attraversare lo stato in macchina è elettrizzante. Nel giro di poche ore siamo in Tennessee, stato di Memphis, Nashville e del Jack Daniels, ed il tramonto illumina in modo speciale un paesaggio davvero suggestivo. Arriviamo a Manchester, paesino lungo l'autostrada, dove questa notte dormiremo in un motel. Manchester è di fatto un enorme autogrill, vive dell'autostrada e tutto è abbastanza triste. Ci puoi trovare un certo fascino "on the road", ma solo se sei un turista che domani lascerà per sempre questo posto.
Ceniamo in un locale vicino al motel, il piatto è enorme. In America una delle prime cose da imparare, è non finire a tutti i costi le porzioni che vengono servite, e la necessità qui è ancora più evidente. Il tasso di obesità aumenta spostandosi dai grandi centri verso la profonda periferia.
Dopo cena, mentre i miei compagni fumano un sigaro, io faccio amicizia con un tale di nome Nelson Cory. Dice di essere un musicista in pensione, di essere stato 30 anni in tournee, e di avere suonato con Mike Stern. Gli credo.
Senza che glielo chieda, tira fuori una sua foto con la chitarra e mi fa un autografo. Deve essere dura vivere a Manchester nel Tennessee dopo essere stato in giro tanto tempo. Finito il sigaro, tutti a letto. Ci sono ancora 500 miglia da affrontare prima di arrivare a destinazione.

Riprendiamo il viaggio il giorno dopo, il primo turno di guida tocca a me. Leonardo attacca il mio ipod all'autoradio e sceglie il disco. Led Zeppelin. Niente male.
Un sottile gusto mi pervade, un po' come quando il random dello stereo passa proprio la canzone a cui stavi pensando. Affondo i denti in questa pagnotta di asfalto e rock'n roll, e via verso il Kentucky.
Nella mia testa, una voce fuori campo commenta: “Aho, er Peter Fonda de noartri”, ma non gli presto attenzione.
(perchè poi in romanesco?!? Bah...)
Seguono nell’ordine:

1. David Bowie
2. Lou Reed
3. Pink Floyd
4. Frank Sinatra
5. De Andrè

Non mi trovo d'accordo sulla scelta musicale. La mia top 5 dei cantanti da ascoltare mentre guido verso Chicago è (in ordine geografico):

1. Ray Charles
2. John Mayer
3. Doobie Brothers
4. Bruce Springsteen
5. Blues Brothers

A tappe forzate, ed alternandoci alla guida, arriviamo ai bordi di Chicago alle 4 del pomeriggio. Diluvia, ed il traffico è bloccato. Ci mettiamo 2 ore a fare 30 miglia, ma alla fine arrivamo al nostro albergo ad Evanston, a nord della città.
Nonostante la stanchezza, abbiamo tutti voglia di uscire. L'occasione è la cena, la scusa è cercare un ristorante giapponese che Alessandro aveva provato anni prima. Giriamo tutta la città in macchina, e senza troppe difficoltà troviamo il posto. Eccesso di zelo: pago un parchimetro spento.
Locale raffinato, cibo squisito, prezzo contenuto, cameriere di indubbia bella presenza. Dopo cena crolliamo, e decidiamo di andare a dormire. Poichè non ho il fuso orario sul coppino, guido io.
Guidare per Chicago ha il suo perchè, ed è meno difficile di quanto credessi. basta ricordarsi che in America è lecito superare a destra.
Arriviamo in albergo, doccia, e tutti a nanna. Siamo in 4 e ci sono 2 letti matrimoniali, io finisco con Leonardo.
Otto mesi fa gli davo del "Lei" e parlavamo solo di saldature.
Niente male.
...

Saluti

Orso


giovedì 16 ottobre 2008

My Favourite Things - John Coltrane


La porta è aperta come sempre, da fuori si sente suonare un disco Jazz.



"..."

“Buonasera”

“ciao”

“Mi da il solito?”


Occhi incavati, sguardo fisso. Si gira ed afferra un pacco di Van Nelle, cartine Smoking blu e filtri Rizla.


“cinque e quaranta”

“Ecco a lei”

“quattro e sessanta. Grazie”

“Grazie a lei. Ma quello che suona è....”

“John Coltrane…. Ti piace il jazz?”

“diciamo che sto iniziando”

“bene”



Ho smesso di fumare esattamente un anno fa. Non mi mancano le sigarette.

Cazzo mi manca il mio tabacchino.


Orso


martedì 30 settembre 2008

Top 5 - I peggiori prodotti spacciati per italiani nei supermercati

5. Spaghetti alle polpette, surgelati (posto di diritto)
4. Pizza all' ananas, surgelata
(vedi sopra)
3. Polenta insaccata
2.
Parmesan (parmiggiano reggiano?) e Romano (pecorino?), in polvere
1.
Tortelli al pomodoro, in barattolo di latta

giovedì 25 settembre 2008

FM - Steely Dan

Sottotitolo: No static at all

Il mio primo mese ad Atlanta. Non certo una data da ricordare, ma se è la prima volta che stai via di casa così tanto , vale la pena di raccontarne.
Gli scarafaggi se ne sono andati, in cambio sono arrivati Vibhav di Bombay, Pietro dalla Calabria, e la settimana prossima arriverà Marco da Madrid. Tutti qui per lavorare alla Georgia Tech. Sul cambio direi che ci ho guadagnato.
Pietro è una persona brillante, ha la mia età ed ha già finito il dottorato. Per il resto, pur non avendo molto in comune , è confortante poter tornare a casa la sera, e sapere di avere qualcuno con cui parlare la mia lingua. Ecco cosa intendevo per "dare valore a cose ormai scontate". Prendo nota.

Vibhav è arrivato in America nel 1999 con tutta la sua famiglia. E'
una persona buona, ma soprattutto è una persona utile: fa in modo che in casa non si parli solo italiano, contribuendo al miglioramente del mio inglese. Da questo punto di vista va sempre meglio, ogni giorno s' impara qualcosa. Mi risulta ancora difficile capire le persone di colore, ma mi hanno spiegato che spesso è difficle anche per gli americani....
Indiani e cinesi la fanno da padrone qui al campus, ma è curioso notare come i cinesi acquisiscano molto facilmente i costumi americani, mentre gl' indiani mantengo forte la loro identità. Le ragazze indiane poi sono di gran lunga le più belle che si possano trovare qui, hanno una cosa che a mio avviso le rende meravigliosamente uniche: la femminilità.
Ci sarebbe molto da dire e scrivere sugl'americani, ma è ancora presto, ho bisogno di altro tempo per studiarli. Ciò che posso dire, è che si avverte la differenza di profondità tra il vecchio
continente e quello nuovo. Piccole cose, difficilmente individualbili e quantificabili, ma ci sono, e tu le vedi.

Questo primo mese non è stato facile, e soprattutto non è stato tutto uguale. Passete le prime due settimane di effetto vacanza, tutto è cominciato a sembrare normale, e non più luccicante come lo era inizialmente. Causa alcuni impegni del mio boss, sono stato un po' trascurato, e non sono mancati momenti in cui mi chiedessi se fosse un bene per me essere qui, ma ora le cose sembra che inizino a girare.
Ho finalmente un ufficio, e con esso una meta certa verso la quale dirigermi la mattina quando mi sveglio, cosa che mi è mancata molto fino ad oggi.
Ci sono stati giorni in cui ho avvertito la sensazione di stagnare, di non andare avanti, e le mie gambe stanche ne erano la somatizzazione. Giorni in cui avrei voluto scrivere di tutti e di tutto, ed invece no. Giorni in cui ascoltare la musica non era possibile, perchè alle mie orecchie risultava solo rumore. Giorni in cui le mie aspettative mi erano nemiche, e la sola cosa che potessi fare per loro, era sedermi all'aperto, ripensare ad alcune lezioni, ridurmi all'essenziale.
Con le mie aspettative alla fine ho fatto la pace. La musica ha ripreso a suonare, la penna a scrivere. Tutto regolare, avanti così...

Saluti

Orso


lunedì 15 settembre 2008

The Great Gig in the Sky - Pink Floyd


....


“hai sentito? E’ morto uno dei Pink Floyd”

“ma va? Quale?”

“il testeirista, Waters mi pare si chiamasse”

“Water suona il basso. Quello che dici tu si chiama Wright. Rick Wright.”

“ah si ecco, mi pareva iniziasse per vudoppio… comunque era era quello che contava meno.”

“contava meno?”

“si, quelli bravi erano gl’altri, vuoi mettere “Money” che pezzo?”

“eh si , proprio un gran pezzo, ma sai cos’ha di bello "Money" ?”

“no, cos’ha?”

“che viene subito dopo “The Great Gig in the Sky” ed appena prima di “Us and Them”. È come giocare in squadra con Maradona e Pelè, segni per forza. Maradona e Pelè, le ha scritte Wright”

“ah…”

“Si e poi un gruppo è un gruppo, non lo puoi scindere nei componenti, si tratta di chimica. Pensa a McCartney, coi Beatles ha scritto roba da far volar via le orecchie, dopo? Normale…..capito? Chimica."

“si vabbè, stai a vedere che adesso devo lavorare alla Bayern per poter ascoltare i Pink Floyd”

“no , non devi. Ma ascoltali, davvero….”



giovedì 11 settembre 2008

Nine eleven

E' difficile evitare la retorica, quando si parla di undici settembre. Il modo stesso di soffrire degli americani, sembra retorico. Normalmente non mi occuperei di queste cose, ho detto che non avrei parlato di politica e così farò. Mi permetto di parlare di undici settembre solo perchè sono in America, e sto passando questo giorno con gli americani.
Al campus è stato allestito un memoriale. Migliaia di bandierine a stelle e strisce piantate nel prato. Non lontano, nel piccolo anfiteatro, sono riunite un po' di persone. Ascoltano, in silenzio, chi a turno prende la parola. Capisco poco, la voce non è amplificata e sono distante. Mi dirigo verso il memoriale, per vederlo da vicino. Camminando passo davanti ad uno stand repubblicano, raccoglie le iscrizioni alle liste, trenta metri dopo, eccolo.

Di fronte, dall'altra parte della camminata, sta seduto un ragazzo.
Berretto GT in testa, ed un cartellone in mano: "Iraq did not attack us".

Parlarci è un 'occasione irrinunciabile. Mi avvicino, mi presento, e gli chiedo del suo punto di vista. Ben contento inizia a spiegarmelo. Chiarisce subito di non essere un "democrats", la sua è una iniziativa privata: no partiti, no bandiere.
Poco dopo si aggiungono due suoi amici, ed insieme mi parlano di come la politica repubblicana abbia strumentalizzato questo giorno della memoria. Qui tra poco si andrà a votare per il dopo-Bush, ecco perchè questo undici settembre è diverso dagl'altri che lo hanno preceduto.

Il nostro discorso viene interrotto da un ragazzo, fermatosi per criticare il cartellone e chi lo porta. Dopo 10 minuti, sono più di venti le persone ferme a parlare.
Si parla uno alla volta, con ordine, senza alzare la voce e senza offendere.
"Concordo con te, ma non qui davanti. Non oggi." è quello che più o meno pensano tutti. Il dimostrante viene accusato di mancanza di rispetto, carenza di patriottismo e di politicizzazione dell'evento.
Punti di vista. Lo stand repubblicano "ufficiale" è sempre lì a 30 mentri.

Attirati dall' assembramento di persone, arrivano anche alcuni organizzatori della manifestazione. Una signora di colore prende la parola, e con molta umanità spiega il suo punto di vista, in linea con quello degl'altri. Prima di andarsene ringrazia tutti, perchè cartellone o no, venti persone che parlano sono il modo migliore di ricordare le vittime dell'attentato.

L'occasione di uscire da un dibattito altrimenti infinito, viene bruciata dall'arrivo della star di giornata.
Un ragazzo di circa vent'anni, studente della Giorgia Tech, ha perso lo zio, pompiere, nell'attentato alle torri.
Bermuda, infradito, cappellino "NYFD" di traverso, t-shirt commemorativa della caserma con i nomi delle vittime sulla schina, tra cui quello dello zio.
Arriva sciabattando.
Ha appena parlato nell'anfiteatro, tutti gli dedicano un gesto di solidarietà e di compassione, ma è con lui ed i suoi amici che i toni diventano violenti.
Il punto è sempre quello: è irrispettoso fare politica davanti al memoriale.
La risposta non cambia: la politica, sulle vittime, è già stata fatta.
Per un attimo ho l'impressione che qualcuno voglia strappare il cartellone, ma fortunatamente non avviene.
Il dimostrante non molla, la star si. Possibile che si manchi di rispetto agl'eroi? Possibile che il suo dolore, appena messo in piazza, non abbia il rispetto di tutti?
Scocciata, la star va a farsi fotografare davanti alle bandierine, prima di riprendere la direzione di casa. Sciabattando.
I suoi amici restano ed insistono, gli spettatori rimasti invece se ne vanno, stufi ormai di sentire ripetere le stesse cose. Tra di loro c'era anche un italiano, che non ha perso l'occasione di prendere la parola e di fare la figura del cioccolataio.
Ormai sono rimasti in pochi a discutere, io ho un appuntamento per pranzo e me ne vado. Mi riprometto di tornare nel pomeriggio a salutare il ragazzo del cartellone. Penso a come molti americani non abbiano la percezione di cosa sia successo al mondo intero, e non solo all'America, con l'attentato alle torri. Un popolo non abituato a soffrire, ad essere colpito a casa propria, ha ora un motivo per disperarsi, ed una scusa per agire. Ecco perchè conviene mantenere il dolore "socialmente" vivo, e non solo privatamente.

Saluti

Orso


lunedì 1 settembre 2008

Bad Sneakers - Steely Dan

Sottotitolo: Jerry Calà è andato a vivere da solo, io quasi.

Fatto, finalmente ho trovato casa, ma non è stato semplicissimo. Qui intorno al campus c’è una certa fame di stanze, e molte sono le variabili in gioco. Ammobiliatie non ammobiliate, ammobiliate ma solo in parte. In pochi giorni ho imparato i nomi dei quartieri, le quotazioni degl’affitti, e soprattutto quali sono le zone da evitare. In linea generale è bene stare alla larga dal sud e dall’est della città. Casa mia è a nord del campus, quindi nel nord-ovest di Atlanta.
Il posto non è male, ha solo bisogno di una pulita "come si usa a casa mia", poi sarà perfetto. Sempre che gli insetti se ne vadano, si perché qualche bacarozzo ogni tanto salta fuori.
Kay, la padrona di casa, è squisita. 50 anni, divorziata, un figlio a San Francisco , una figlia a Dubai con marito e figli, quasi si commuove quando mi dice di non vederli da mesi. Odia Bush, ed
in casa non ha una bandiera americana, per protesta. Odia anche Windows Vista. Sono giorni che si sbatte a pulire, ordinare, chiamare gente che sistemi questo e quello. Visto che non conosco nessuno, ha dato il mio numero a due ragazzi che abitavano qui l’anno scorso, perché mi facessero uscire, bel gesto. Si è anche proposta si accompagnarmi ad Alphetta al concerto di John Mayer, visto che non ci sono mezzi pubblici che mi ci potessero portare. Gli scarafaggi vanno e vengono, una padrona di casa così sono stato fortunato a trovarla.

La prima notte qui dentro è stata difficile. Letto nuovo, casa vuota, nessun contatto con l’esterno, e niente tende sulle finestre. Luci spente in tutta casa per non farsi vedere dai vicini. Fortunatamente Kay ha provveduto subito a mettere tende e collegamento internet, almeno così mi sento meno fuori dal mondo. In realtà il collegamento non è ancora ben funzionante, la rete wireless non tira fino a camera mia ed il cavo non vuole saperne di funzionare, ma sta cercando di rimediare. Pensavo che questo fosse il paese della connettività totale, invece ho scoperto che grazie a Bush si è creato un sistema dual-monopolistico di gestione della comunicazione. Qui ad Atlanta, se vuoi un collegamento internet, ti devi rivolgere ad una tra Comcast ed AT&T, e nel resto del paese cambiano gli interpreti, ma il film è sempre quello. Stessa cosa per i cellulari, T-mobile oppure AT&T, e se non ti va bene, tanti saluti.
Non parliamo dei prezzi. In un paese dove la benzina, il cibo e di vestiti costano niente, immaginavo che anche comunicare fosse a buon mercato. E invece no. Costo per far arrivare il cavo: 100 dollari al mese, che ad onor del vero comprendono anche la pay tv. Non carissimo se volete, ma comunque più di quanto mi aspettassi.
E’ divertente scoprire quali siano i falsi luoghi comuni di questo paese, come è altrettanto divertente scoprire quali invece sono veri, primo fra tutti, la base dell’alimentazione americana: la merda.


Orso