giovedì 11 settembre 2008

Nine eleven

E' difficile evitare la retorica, quando si parla di undici settembre. Il modo stesso di soffrire degli americani, sembra retorico. Normalmente non mi occuperei di queste cose, ho detto che non avrei parlato di politica e così farò. Mi permetto di parlare di undici settembre solo perchè sono in America, e sto passando questo giorno con gli americani.
Al campus è stato allestito un memoriale. Migliaia di bandierine a stelle e strisce piantate nel prato. Non lontano, nel piccolo anfiteatro, sono riunite un po' di persone. Ascoltano, in silenzio, chi a turno prende la parola. Capisco poco, la voce non è amplificata e sono distante. Mi dirigo verso il memoriale, per vederlo da vicino. Camminando passo davanti ad uno stand repubblicano, raccoglie le iscrizioni alle liste, trenta metri dopo, eccolo.

Di fronte, dall'altra parte della camminata, sta seduto un ragazzo.
Berretto GT in testa, ed un cartellone in mano: "Iraq did not attack us".

Parlarci è un 'occasione irrinunciabile. Mi avvicino, mi presento, e gli chiedo del suo punto di vista. Ben contento inizia a spiegarmelo. Chiarisce subito di non essere un "democrats", la sua è una iniziativa privata: no partiti, no bandiere.
Poco dopo si aggiungono due suoi amici, ed insieme mi parlano di come la politica repubblicana abbia strumentalizzato questo giorno della memoria. Qui tra poco si andrà a votare per il dopo-Bush, ecco perchè questo undici settembre è diverso dagl'altri che lo hanno preceduto.

Il nostro discorso viene interrotto da un ragazzo, fermatosi per criticare il cartellone e chi lo porta. Dopo 10 minuti, sono più di venti le persone ferme a parlare.
Si parla uno alla volta, con ordine, senza alzare la voce e senza offendere.
"Concordo con te, ma non qui davanti. Non oggi." è quello che più o meno pensano tutti. Il dimostrante viene accusato di mancanza di rispetto, carenza di patriottismo e di politicizzazione dell'evento.
Punti di vista. Lo stand repubblicano "ufficiale" è sempre lì a 30 mentri.

Attirati dall' assembramento di persone, arrivano anche alcuni organizzatori della manifestazione. Una signora di colore prende la parola, e con molta umanità spiega il suo punto di vista, in linea con quello degl'altri. Prima di andarsene ringrazia tutti, perchè cartellone o no, venti persone che parlano sono il modo migliore di ricordare le vittime dell'attentato.

L'occasione di uscire da un dibattito altrimenti infinito, viene bruciata dall'arrivo della star di giornata.
Un ragazzo di circa vent'anni, studente della Giorgia Tech, ha perso lo zio, pompiere, nell'attentato alle torri.
Bermuda, infradito, cappellino "NYFD" di traverso, t-shirt commemorativa della caserma con i nomi delle vittime sulla schina, tra cui quello dello zio.
Arriva sciabattando.
Ha appena parlato nell'anfiteatro, tutti gli dedicano un gesto di solidarietà e di compassione, ma è con lui ed i suoi amici che i toni diventano violenti.
Il punto è sempre quello: è irrispettoso fare politica davanti al memoriale.
La risposta non cambia: la politica, sulle vittime, è già stata fatta.
Per un attimo ho l'impressione che qualcuno voglia strappare il cartellone, ma fortunatamente non avviene.
Il dimostrante non molla, la star si. Possibile che si manchi di rispetto agl'eroi? Possibile che il suo dolore, appena messo in piazza, non abbia il rispetto di tutti?
Scocciata, la star va a farsi fotografare davanti alle bandierine, prima di riprendere la direzione di casa. Sciabattando.
I suoi amici restano ed insistono, gli spettatori rimasti invece se ne vanno, stufi ormai di sentire ripetere le stesse cose. Tra di loro c'era anche un italiano, che non ha perso l'occasione di prendere la parola e di fare la figura del cioccolataio.
Ormai sono rimasti in pochi a discutere, io ho un appuntamento per pranzo e me ne vado. Mi riprometto di tornare nel pomeriggio a salutare il ragazzo del cartellone. Penso a come molti americani non abbiano la percezione di cosa sia successo al mondo intero, e non solo all'America, con l'attentato alle torri. Un popolo non abituato a soffrire, ad essere colpito a casa propria, ha ora un motivo per disperarsi, ed una scusa per agire. Ecco perchè conviene mantenere il dolore "socialmente" vivo, e non solo privatamente.

Saluti

Orso


1 commento:

Lillo ha detto...

Da noi si sarebbe trasformata in una rissa da strada nel giro di tre-quattro secondi.

Mah.